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Scritto da Redazione GA
Presentiamo la esperienza di tre missionarie della Consolata che hanno sentito
la presenza dell’Allamano in occasione di un grave incidenze accaduto dieci anni fa, nella missione di Catrimani
(Stato di Roraima, Amazzonia brasiliana). Si tratta del grave ferimento del giovane Sorino, membro della tribù
Yanomami, ridotto in fin di vita da un giaguaro nella foresta.
Testimonianza di Sr. Felicita Muthoni Nyaga: «Ricordo ancora con molta emozione l’esperienza di
quella mattina di 10 anni fa, nella missione di Catrimani, quando Bindo, un giovane yanomami, è arrivato di corsa a
chiedermi un’arma da fuoco per uccidere un giaguaro che aveva ferito gravemente suo cognato Sorino. In quel giorno,
in casa eravamo rimasti soltanto fr. Antonio, la cuoca Cleusa, un tecnico di laboratorio ed io. Sono andata di corsa e,
quando ho visto Sorino, sono rimasta impietrita, sentendomi incapace di affrontare la situazione. Dopo un respiro
profondo, ho chiesto alla mamma do Sorino un po’ di acqua e con aiuto di Cleusa abbiamo lavato Sorino che era
coperto di sangue. Il giaguaro aveva sollevato dalla testa di Sorino quasi tutto il cuoio capelluto, rompendo il cranio e
lasciando la massa celebrare esposta. Non avendo mezzi per tamponare l’emorragia, dopo aver sistemato il cuoio
capelluto al suo posto, mi sono tolta la camicetta e l’ho stretta attorno alla testa per diminuire
l’emorragia. Intanto fr. Antonio è arrivato con la Toyota e così abbiamo portato Sorino
all’ambulatorio della missione. Per trasportare il ferito nell’ospedale a Boa vista, abbiamo dovuto aspettare
un taxi aereo che era già nella riserva yanomami per un altro caso di emergenza.
Nel frattempo, la
voce dell’accaduto si era sparsa e, verso mezzo giorno, erano già arrivati più di 200 yanomami, dei
quali 15 erano sciamani [guaritori, mediatori con il mondo degli spiriti]. Hanno cominciato subito la terapia sciamanica,
perché, secondo loro, lo spirito aveva comunicato che Sorino non era più in grado di sopravvivere. Io non
capivo la lingua e molto meno la cultura e le credenze del popolo yanomami.
Quando, alle 14.00, ho chiesto aiuto
per portare Sorino alla pista del piccolo aeroporto, ho notato una resistenza fortissima da parte degli yanomami, senza
capirne il perché. Avendo continuato ad insistere, gli yanomami si sono arrabbiati con me e mi hanno subito puntato
contro le frecce dei loro archi. Ho chiesto il perché e loro mi hanno risposto che se continuavo a insistere senza
comprendere e agire senza ascoltare lo sciamano, mi avrebbero colpita con le frecce. Per loro ogni malattia, la sua
diagnosi e l’accompagnamento del malato sono un evento speciale e l’ultima parola spetta sempre allo
sciamano.
Come potevo io entrare in questo modo di ragionare, se ero stata formata per la difesa della
vita come cattolica, infermiera e suora? Quale ragione potevo dare a una sciamano che non conosceva Gesù Cristo?
Ho continuato ad insistere e gli yanomami hanno cominciato a parlare a voce alta e ad urlare. Ho visto le donne
venirmi incontro e circondami come per difendermi mentre io, molto spaventata, piangevo disperatamente. Intanto Sorino
continuava a stringermi la mano, dicendomi: “Uxi ( come mi chiamavano gli yanomami), ora sei tu la mia mamma, io
voglio vivere, non voglio morire, fa qualcosa”. Ero divisa tra i miei sentimenti, la voglia di vivere di Sorino e
gli yanomami, che continuavano a gridarmi: “Ascolta la parola degli sciamani”.
Che cosa fare? Gli
yanomami sono andati via arrabbiati, mentre io, con l’aiuto di Carera, mio amico sciamano, abbiamo portato Sorino
all’aereo e fatto partire per Boa Vista. Quando gli yanomami hanno sentito l’aereo partire, sono ritornati
velocemente indietro e, non avendo trovato più Sorino, si sono infuriati contro di me e mi hanno detto: “Noi
lasciamo qui le nostre frecce; se Sorino muore fuori della foresta ti uccideremo”. Dopo questa promessa, se ne sono
andati. Ritornando in me stessa, ho iniziato ad avere veramente paura, perché non ero sicura che Sorino potesse
farcela, e mi vedevo già trafitta dalle frecce degli yanomami.
Sono poi andata in cappella, mi sono messa
a piangere e tremavo tutta, non potevo pregare perché avevo i brividi, con una febbre altissima. Sentivo il cuore
che mi si spaccava.
Ad un certo punto, una luce e una certezza si è affacciata alla mia mente: sono una
missionaria, ho un Padre che mi accompagna sempre in tutte le attività apostoliche, perché dunque non
affidare a lui questo problema? Ho cominciato subito una novena al Padre Fondatore. Per sua intercessione, ho chiesto
questa sola grazia al Signore: se la nostra presenza di Missionari e Missionarie della Consolata è voluta da Dio,
ci dia un segno con la guarigione di Sorino. Sentivo dentro di me che se Sorino fosse tornato vivo nella sua maloca,
sarebbe stato un segno sicuro per continuare la nostra presenza, anche se tra molte difficoltà. Se però
fosse morto fuori della foresta, io sarei stata colpita dalle frecce degli yanomami, e certamente tutti gli altri
missionari sarebbero stati espulsi dalla missione».
Testimonianza di sr.
Maria da Silva Ferriera: «Il 7 febbraio 1996, sr. Rosa Áurea e io eravamo a Boa Vista, quando
sopragiunse la notizia che Sorino era stato azzannato da un giaguaro ed era molto grave, con il cuoio cappelluto
brutalmente staccato, il cranio spaccato e il cervello fuoriuscito. Ci fu un corri corri per cercare un aereo. Finalmente
ne fu ricuperato uno e Sorino potè essere trasportato all’opsedale maggiore di Boa Vista. Venne subito
operato e sistemato nel reparto di trattamento intensivo. Noi suore lo abbiamo assistito giorno e notte.
Sorino
poteva essere alimentato solo attraverso una sonda. Siccome questa gli procurava grave disturbo, lui tentava di
togliersela, al punto che abbiamo dovuto legargli le mani al letto. Nonostante questa precauzione, qualche volta riusciva
ancora a liberarsene. Certo che per un yanomami abituato a vivere libero nella selva, questa situazione doveva essere
davvero pesante e molto dolorosa. Faceva pena vederlo e, quando ci penso, mi sento ancora male.
Una
domenica mattina, quando arrivai lo trovai solo nel reparto. Gli altri pazienti era stati dimessi. Vedevo che soffriva
molto così legato e obbligato nella stessa posizione. Mi avvicinai e lo voltai da una parte e dell’altra. Il
cattivo odore, però, era insopportabile. Chiamai allora l’infermiera e così Sorino venne lavato e
medicato. Mi accorgevo che quel trattamento gli procurava dolori indicibili, ma nessun lamento è uscito dalla sua
bocca. Di fronte a tanta sofferenza, però, io non potei trattenere le lacrime.
Eravamo in febbraio,
precisamente durante la novena del Fondatore. Portai una sua medaglia e la misi sotto il materasso su cui giaceva Sorino e
tutti i giorni pregavo perché guarisse. Quando arrivavo all’ospedale, la mia paura era di trovarlo morto. Un
fazendeiro, che venne a visitarlo, mi disse: “Suora, questo indio non può sopravvivere, morirà
sicuramente”. In quel momento, però, dentro di me si face strada una speranza, anzi una certezza. Sentii che
Sorino non doveva morire e lo dissi nella preghiera: “Signore, non deve morire; Padre Fondatore, soccorri
Sorino”. Quante lacrime versai!
Siccime si aggravava sempre più, sr. Rosa Áurea, che era
infermiera, venne nuovamente a Boa Vista per assistere Sorino, mentre io ritornai alla missione di Catrimani. Le notizie
che arrivavano tramite il telefono, poco alla volta, furono più confortanti: Sorino reagiva alle cure e stava
migliorando. Dopo alcuni mesi, potè tornare alla sua maloca, accolto con gioia dalla sua famiglia e da tutta la
comunità. Chi lo aveva visto legato in quel letto non osava parlare...! Quando penso a quei momenti, ne risento
tutta l’emozione e la pesantezza. Sono sempre stata convinta che in quel reparto è intervenuta la mano del
Padre Allamano».
Testimonianza di sr. Rosa Áurea
Longo. In una lunga e dettagliata relazione riferisce molte nitizie simili a quelle appena riportate. In più
anche lei precisa che la situazione di Sorino è affidata alla protezione del Fondatore, la cui reliqueia fu
collocata accanto al paziente, e che la comunità delle suore iniziò una novena all’Allamano per
chiedere che Sorino guarisse senza conseguenze negative. Riferendosi poi al suo secondo periodo trascorso a Boa vista
accanto all’infermo, scrive: «Fu sollecitata la presenza della madre di Sorino, la signora Andina, la quale
venne a Boa Vista, per la prima volta nella sua vita. Accompagnata all’ospedale, abbracciò il figlio e gli
parlò all’orecchi nella lingua materna. Il paziente aprì gli occhi e riconobbe la madre, la quale gli
mise una presa di tabacco tra le labbra. Da allora Sorino continuò ad essere cosciente, tanto che lui stesso si
tolse tutte le sonde. In seguito fu mandato in una casa di cura, nella quale trascorse alcuni mesi, sotto la cura del
neurologo dr. Mario e di sr. Quilina Fumagalli.
Tornato alla sua maloca, con grandi raccomandazioni da parte
del dottore e con medicine anticonvulsive per eventuali emergenze, Sorino continuò le cure senza conseguenze
negative, assistito dal servizio sanitario locale. Nonstante che la sua massa cefalica fosse protetta solamente da una
mambrana e dal cuoio cappelluto, mancando di una parte della cassa cranica, potè seguire lo svolgimento regolare
della vita della sua gente, ovviamente con qualche limite riguardo la possibilità di cacciare e
pescare.
Ormai sono dieci anni dall’inizio di questi eventi e Sorino continua felice e sorridente
la vita, nel proprio ambiente. Ringrazio Dio e il Padre Fondatore per la protezione concessa a Sorino e chiedo che
continuino ad accompagnarlo e a benedirlo».
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Creato: Mercoledì, 19 Marzo 2008 05:00
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Pubblicato: Mercoledì, 19 Marzo 2008 05:00