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Scritto da p. Francesco Pavese, imc
UMANITÀ E FEDE SI INTRECCIANO
LE REAZIONI DELL’ALLAMANO IN OCCASIONE DELLA MORTE DEL CAMISASSA
Il 18 agosto scorso abbiamo fatto memoria dell’85° anniversario della santa morte
del nostro Confondatore, il can. Giacomo Camisassa. La sua intesa con l’Allamano, durata ben 42 anni, è stata
descritta nell’articolo del seminarista Nicholas M. Nyamasyo, alle pagine 20-23 della rivista.
Durante l’ultima malattia e specialmente in occasione
della morte del Confondatore, avvenuta precisamente il 18 agosto del 1922, l’Allamano ha molto sofferto. Tutti,
però, proprio perché si erano resi conto che all’Allamano era venuto improvvisamente a mancare non
solo un amico fraterno, ma anche il più valido aiuto nei molteplici impegni apostolici, sono stati impressionati
dalla sua fortezza d’animo e dal suo spirito di fede. Sono significative le varie espressioni che sono come sfuggite
dal cuore dell’Allamano nei riguardi del Camisassa. Qui vogliamo riportare alcune testimonianze che si riferiscono a
questo doloroso evento nelle sue diverse fasi: durante la malattia, in occasione della morte e nel periodo immediatamente
successivo.
Durante la malattia. Sr. Giuseppina Tempo riferisce che quando i medici dissero che il
Camisassa stava meglio, l’Allamano commentò: «Potete immaginare come questa notizia mi riempia
l’animo di gioia! Che altrimenti potreste preparare una bara sola!».
Sr. Chiara Strapazzon attesta
che durante la malattia del Camisassa il Fondatore esclamava con profondo dolore: «Ah! se mancasse lui, sarebbe un
danno irreparabile». E al prof. Pescarolo: «Oh! Professore! Se morisse lui potrebbero subito far preparare due
bare…». Chiedeva preghiere: «Questo miracolo la Madonna lo dovrebbe fare… Lui se lo
merita… Ma se non ci fa il miracolo, ci mette un protettore di più in Paradiso, perché lui è
pieno di buone opere. Ma capirete… per me… Ma non ne parliamo».
«Ha sempre lavorato… Lasciamo quello che ha
fatto all’Istituto. Pensiamo anche ciò che ha fatto alla Consolata. Ha fatto lui tutti i restauri… si
sono fatte grandi cose. Si è speso un milione!... E il periodico? L’ha fatto anche
lui…».
Sr. Maria degli Angeli racconta che, mentre il Can. Camisassa era ancora in vita, diceva:
«l’altro giorno il sig. Vice Rettore si è alzato mentre non doveva alzarsi. Poi aveva paura di avermi
disubbidito; gli dissi: “Mi ha mai disubbidito, ha sempre fatto ciò che gli dicevo”. E lui: “Ma
io non voglio di-subbidire”. Non voleva disubbidire per non darmi dispiacere. E così non si è
più alzato. Quando ho visto che le sue condizioni di salute si facevano gravi, gli ho detto: “da tanti anni
siamo assieme, ci siamo sempre detto tutto. Ma ora non posso tacere. Lei è grave… così dicono i
medici… pensiamo quindi se abbiamo ancora da provvedere a qualche cosa…”. Di coscienza era a posto,
poiché c’era stato il suo confessore. Ma abbiamo guardato assieme qualche carta. Poi soggiunse: “Tutti
dicono che è un uomo finito, consunto, come se avesse lavorato novant’anni… Ci vorrebbe un miracolo,
ma se la Madonna non lo fa, avremo un protettore di più in Paradiso: lui è pieno di buone
opere”».
P. Domenico Ferrero racconta di avere chiesto al Fondatore di potere offrire la propria vita
perché il Signore prolungasse quella tanto preziosa del Camisassa. Quasi singhiozzando, l’Allamano gli
rispose: «Voi dovete vivere… ho già offerto la mia… ma sembra che il Signore non
l’accetti».
In occasione della morte. Le Missio-narie della Consolata hanno colto diverse
espressioni molto edificanti dell’Allamano subito dopo la morte del Camisassa. Sr. Chiara attesta che il Fondatore
disse semplicemente: «Fiat»; poi soggiunse: «Vado a telefonare all’Istituto, e telegrafare in
Africa». Ed a chi lo confortava: «Ho già fatto la mia offerta». Sr. Giuseppina Tempo concorda con
altre consorelle e fa sapere che a quanti volevano tenergli compagnia e consolarlo, l’Allamano rispondeva
gentilmente: «Mi basta il Signore!». E poi: «Il Signore ha disposto diversamente. Sia fatta la sua
volontà! Eppure un giorno vedremo che questo era per il meglio».
Merita di essere sottolineata la
magnifica testimonianza del Can. Nicola Baravalle, che ha conosciuto da vicino l’Allamano, vivendo con lui per molto
tempo al Santuario della Consolata: «In modo particolare dimostrò questa sua fortezza nella dolorosa
occasione della morte del Can. Camisassa, che era l’esecutore fedele delle sue volontà e che aveva
concentrato in sé tutto quanto riguardava la gestione materiale e anche intellettuale delle Missioni.
Ricordo quella sera nella
quale eravamo tutti addoloratissimi, sia per la perdita del grande Can. Camisassa, come per la ripercussione che tale
dipartita avrebbe avuto sul Servo di Dio. Assistette all’agonia ed alla morte senza una lacrima. E poi, portatosi in
chiesa, appena inginocchiato proruppe in un pianto dirottissimo e restò parecchio assorto in Dio. Rialzatosi, prese
le disposizioni del caso; restò per qualche tempo impressionato, ma non ebbe più una lacrima, e non
ritornò più sul fatto. Solo si rese più appartato, dovendo supplire a quanto faceva il
Camisassa».
È l’unica volta che viene ricordato un “pianto a dirotto” del nostro
Fondatore. Non ci dispiace constatare che era un uomo sensibile. Anche Gesù ha pianto per la morte dell’amico
Lazzaro.
Nei giorni successivi. Nel periodo successivo alla morte del Camisassa,
l’Alla-mano ha saputo abbinare in sé e, senza volerlo, ha testimoniato un profondo spirito di fede e di
adesione alla volontà di Dio, assieme ad una squisita sensibilità e ad una mirabile forza d’animo.
Ecco come le Missionarie della Consolata hanno saputo cogliere questi sentimenti nell’Allamano.
Durante le conferenze, oltre
a stenografare le parole del Fondatore, le suore annotavano anche i suoi atteggiamenti, dimostrando così di sapere
leggere profondamente nel cuore del loro padre. Vi hanno trovato tanto dolore, ma non tristezza, tanto meno
abbattimento.
Dopo il 18 agosto 1922. «Questa è la prima conferenza che (il Fondatore) ci tenne
dopo…(la morte del Camisassa) […]. Non si può dire la forza che si fece. Parlò di quello che
il Card. Laurenti disse del Signor Vice Rettore (il Camisassa). Direttamente non parlò del Sig. Vice Rettore, ma
cadeva sempre lì. […] Certamente il Signore ci vuol bene anche in questo; dobbiamo tirare diritto, non
ragionare. Il Signore vuole solo essere Lui a far le cose, perché ci toglie gli appoggi; l’ho detto alla
Madonna: s’aggiusti se vuole fare bancarotta… Ma non la fa perché l’opera è del Signore.
[…] (Qui, avendogli noi detto che pregheremo il Signore a conservarci lui tanto, lasciò capire che non ce
n’era bisogno, poi:) Del resto, non mi sono mai creduto necessario. […] E così noi diciamo il nostro
fiat».
3 settembre 1922. «Vogliono venire a tenermi compagnia… ma io dico: No, no,
andate. La compagnia la trovo nel Signore. […]. (Ritornando a parlare del Sig. Vice Rettore) Sì, non mi
sembra vero che non ci sia più, ma penso che c’è il suo spirito. Pensate a far tutto come voleva lui,
e pregate per lui».
3 dicembre 1922. «Oggi sono venuto con l’idea di far così:
ho visto che cos’è questo mondo! Che cosa ci resterà dopo? Resterò io davanti al Signore:
nessuno avrò, né a destra né a sinistra… C’era un po’ il Sig. Vice Rettore per
me… ma ci siamo solo sempre amati nel Signore… (nel dir questo il nostro amatissimo Padre posa lo sguardo
sulla fotografia del nostro carissimo Sig. Vice Rettore, appesa alla parete, e prende un aspetto mesto e profondamente
addolorato)».
La spiegazione. È bello notare la
maturità umana e spirituale di uomo e di sacerdote, come pure l’equilibrio psicologico che l’Allamano
ha dimostrato dopo la morte del suo collaboratore. Si noti questo particolare: il Camisassa era morto il 18 agosto del
1922 e il Fondatore, già il 24, scriveva a p. D. Ferrero, che si trovava a S. Ignazio con gli allievi:
«Spedisci pure la lettera a Mons. Bonzano (con la quale annunciava la morte del Camisassa e dava istruzioni su certi
capitali investiti negli Stati Uniti). Sono contento che stiate tutti bene; ed è grazia di Dio per te di non
soffrire più tanto; è il caro V. Rettore che ti aiuta; ti voleva tanto bene! Avanti spiritualmente.
Ringrazio del miele che feci gustare ai cari dell’Istituto. Fate la novena e pregate (per ottenere la pioggia). Ti
benedico di gran cuore; viviamo di fede e di eternità! Io sto bene ad onta…».
Questo “ad onta”, con i
puntini che seguono, manifesta chiaramente che la ferita è ancora aperta; mentre il tono del discorso fa
comprendere che il dolore non impedisce di continuare a guidare con saggezza la vita dell’Istituto.
Come conclusione, ci domandiamo: dove l’Allamano ha trovato la forza per reagire così positivamente,
nonostante l’evidente sofferenza e la perdita del più valido collaboratore proprio quando le forze gli
venivano meno per l’età e per la malferma salute? Ce lo dice lui stesso nella lettera scritta ai missionari e
alle missionarie in quell’occasione: «Mi trema la mano, il cuore si gonfia e gli occhi versano amare lacrime
nell’indirizzarvi questa breve lettera. Il caro nostro Vice Rettore e Vice Superiore non è più fra
noi, e non lo rivedremo che in Paradiso. […] Era maturo per il Cielo… Aveva compiuto la Sua santa e
laboriosa giornata; e poteva dire con S. Paolo: Ho terminato la mia corsa… è in serbo per me la corona di
giustizia. Pronunciate con me il “fiat” alla imperscrutabile volontà di Dio; e sia in suffragio della
bell’anima».
Mons. F. Perlo, visto come l’Al-lamano aveva reagito alla morte del
Camisassa, scriveva dal Kenya, a nome di tutti i missionari: «[…] il suo buon esempio non può non
apportare anche a noi conforto e incoraggiamento. Grazie anche per questo».
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Creato: Domenica, 23 Marzo 2008 23:00
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Pubblicato: Martedì, 30 Novembre -0001 00:00