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Scritto da Nicholas Muthoka Nyamasyo
DUE GRANDI ANIME… FUSE
L’ALLAMANO E IL CAMISASSA INSIEME PER SANTITÀ
Crediamo
utile aprire una nuova rubrica di questa rivista affidandola ai nostri giovani che si stanno preparando al sacerdozio e
alla missione.
Anch’essi si dimostrano molto interessati non solo a conoscere, ma soprattutto a
comprendere il Fondato-re e a seguirne lo spirito. E lo fanno dal loro punto di vista giovanile, il che ha un suo speciale
interesse.
L’esperienza dice che l’Allamano sa parlare a tutti e, oggi come ieri, si fa
capire da quanti il Signore chiama per essere Missionari o Missionarie della Consolata. Siamo sicuri che ascoltano
volentieri la voce dei giovani non solo i loro coetanei, ma anche quanti hanno già vissuto, perché vedono
con piacere che, dopo di loro, altri continuano a credere allo spirito che l’Allamano non cessa di infondere per
realizzare la missione universale che Cristo perennemente affida alla sua Chiesa.
Iniziamo da queste
riflessioni che il nostro seminarista kenyano Ni-cholas Muthoka, appartenente al seminario maggiore di Bravetta (Roma), ha
fatto sull’intesa sacerdotale e apostolica tra il Fondatore e il Confondatore.
L’esempio lasciatoci
dai santi è una delle vie di formazione alla comunione. La nostra tradizione come Istituto di Missionari della
Consolata non manca di questi maestri di comunione. Il Fondatore stesso lo era, ma più che un maestro, era un
modello, e lo è tutt’ora. Infatti, la sua vita, intrecciata con quella del Camisassa, lo rende un autorevole
esempio di comunione e collaborazione.
Il loro rapporto, pur essendo unico ed irrepetibile, può essere ancora esemplare per
noi, oggi. Quando l’Allamano insiste con i suoi missionari e missionarie sull’importanza della carità
fraterna, della collaborazione, ecc., lo fa partendo dalla propria esperienza personale.
«Insieme sulla scia della volontà di
Dio». Così termina la lettera che l’Allamano scrisse al Camisassa informandolo del suo nuovo incarico
come rettore del santuario della Consolata e invitandolo ad essere suo aiutante come economo e vice rettore: «Faremo
d’accordo un po’ di bene, eserciteremo la carità […], procureremo di onorare il culto della
nostra madre Consolata; in questo nuovo ufficio avrà campo di esercitare il santo ministero, sia nel predicare che
nel confessare». Ecco un chiaro programma di vita e di servizio apostolico, che è stato realizzato durante 42
anni di lavoro insieme e che è stato trasmesso ai Missionari e alle Missionarie della Consolata.
Dopo la morte del Camisassa,
avvenuta il 18 agosto 1922, l’Allamano, nella conferenza del 3 dicembre successivo, non teme di dire: «Erano
42 anni che eravamo insieme, eravamo una cosa sola; ci siamo sempre amati in Dio».
Questo
“insieme” ha una portata unica nella vita e nell’opera di questi due grandi uomini di Dio: vivono
insieme per 42 anni, interrotti solo per un anno e mezzo quando il Camisassa visita le missioni in Kenya a nome del
Fondatore. Sono anni di intensa spiritualità, di gigantesca attività, di molta soddisfazione, ma anche di
sofferenza.
Essi sono stati capaci di realizzare un’intima amicizia tra di loro, come pure una
positiva comunione e collaborazione con tante altre persone: con i vescovi che si successero nella cura pastorale della
diocesi di Torino, con sacerdoti e religiosi, con la Santa Sede, in particolare con Propaganda Fide, con organi di governo
e uomini di affari, con altre congregazioni religiose, ecc. Insomma la loro è stata una vita molto piena.
Eppure, non si è mai
sentito un lamento di uno riguardo all’altro, ma solo apprezzamento e stima. Infatti l’Alla-mano, già
nella lettera d’invito al Camisassa scriveva: «La prego di considerare tutto come segno di stima e di amore
che nutro per Lei». E ciò durerà per ben 42 anni. Come mai sono riusciti così meravigliosamente
a vivere e operare insieme e tanto a lungo?
«Ci siamo promessi di dire
sempre la verità». Queste parole dell’Allamano svelano uno dei segreti per camminare insieme sulla scia
della volontà di Dio! Era naturale per loro due dirsi reciprocamente la verità, perché erano
là per fare la volontà di Dio, animati dall’amore di Dio. Per la Chiesa e per la missione, erano
fortemente impegnati a discernere insieme la volontà di Dio. Uno era entrato nel santuario il 2 di ottobre 1880
(l’Allamano) e l’altro il 3 (il Camisas-sa) e, da allora, cominciarono quei “dialoghi” che non
sarebbero più finiti.
Una bella pagina del volume di Giuseppe e Gian Paola Mina, dal titolo “La
beatitudine di essere secondo”, che è la biografia del Camisassa, presenta efficacemente la realtà di
comunione tra l’Allamano e il suo più stretto collaboratore: «Dopo pranzo, nell’ufficio
dell’Allamano, i due amici prendono una tazzina di caffé insieme e parlano. Più che un parlare,
è un comunicarsi gli eventi grandi e piccoli, per un bisogno di confronto, sempre tesi come sono l’uno e
l’atro alla ricerca della verità per scoprire i segni dei tempi […]. Dopo la cena, si ritrovano per
vagliare quanto nella giornata è emerso e quanto il domani sembra prospettare. Niente di formale, niente di rigido,
ma tutto è chiarezza, ricerca, gioia di camminare insieme […]; non ritengono sprecato quel tempo speso per
chiarirsi le idee, per approfondire problemi, per giungere a conclusioni. Pregano, vivono nella stessa direzione.
L’uno è sicuro dell’agire dell’altro e ciascuno conserva mirabile
autonomia».
E così tutti e due hanno realizzato tanto per la Chiesa locale e per la missione. Dopo
la morte del Camisassa l’Allamano spiega ai missionari e alle missionarie: «Tutte le sere passavamo qui, in
questo ufficio, lunghe ore. Qui nacque il progetto dell’Istituto, qui si è parlato di andare in
Africa… insomma, in questo studio, in dialogo con lui si combinava tutto». Noi siamo certi che da questi
colloqui sono nati grandi progetti di santità per loro stessi e per la Chiesa. Ognuno era capace di fare propria la
decisione presa insieme, indipendentemente dalla propria opinione personale. Si dice, infatti, che non si sapeva da chi,
tra i due, fosse partita una certa idea o un progetto.
«Se abbiamo
fatto qualcosa di buono è appunto perché eravamo tanto diversi». Ognuno di noi è unico,
irrepetibile, con un determinato carattere e una propria personalità, perché Dio ha voluto così.
L’Al-lamano e il Camisassa non erano gemelli, non fratelli di sangue e neppure parenti. Si erano conosciuti quando
avevano più di venti anni e nessuno ha preteso che l’altro dovesse essere come lui, anche nella pratica. Era
chiaro per loro che la diversità indicava la grandezza irrepetibile di ogni singolo; che trovarsi in conflitto, sia
di idee che modalità di procedere, era una situazione normale e positiva della vita e delle relazioni umane,
strettamente connessa con la propria e altrui identità e unicità.
L’Allamano è rimasto il
“rettore” del santuario e il “superiore” dei missionari e delle missionarie, e il Camisassa il
“vice” in tutto. Ed erano diversi. Quando l’Allamano diceva parole come queste: «senza accanto un
uomo come il Camisassa, non avrei fondato l’istituto», affermava una verità molto importante e reale, e
cioè che proprio dalla loro diversità, che era la loro ricchezza, hanno attinto le energie che da soli non
avrebbero potuto esprimere.
Oggi ci si può meravigliare quando si scopre che l’Allamano e il
Camisassa si sono dati del “Lei” per tutta la vita. Se da una parte questo era un uso più comune e
normale allora rispetto ad oggi, dall’altra non era assolutamente necessario comportarsi in tal modo tra amici. Essi
stessi, d’altronde, hanno dato del tu a tante altre persone. Anche il correre degli anni, la necessaria
familiarità, le feste, i colloqui, insomma la banalità quotidiana, non hanno mai modificato il vicendevole
rispetto dell’inizio. L’uno ha sempre stimato e valorizzato l’altro e le competenze sono sempre state
chiare.
Tuttavia, non ci può essere amicizia perfetta e senza difetti tra persone umane. Il p.
I. Tubaldo, nella sua opera sul Fondatore, riporta un curioso episodio, desumendolo da questa testimonianza di p. V.
Sandrone: « [mi ero recato dal Fondatore e] appena accomodato presso la sua scrivania, giunge il Camisassa. Questi a
vedermi mi dice: “oh, bene, bene, che sei qui, vieni subito con me, ho bisogno di parlarti”; “no -
risponde il Fondatore - l’ho chiamato io ed ora lo voglio qui”; “no, no, vieni con me”, risponde
il Camisassa, prendendomi per un braccio; “ripeto, egli ora sta qui con me”- ribatte il Fondatore con tono che
aveva di comando. Per la terza volta il canonico Camisassa insiste: “no, vieni subito con me”.
L’insistenza del vice rettore questa volta è troncata con un “no” piuttosto risoluto del
Fondatore. Partito il Camisassa, il Fondatore mi dice: “vedi come il vice rettore è sempre
obbediente”». Anche da queste piccole vicende si constata che, alla fine dei conti, questi due uomini sono
sempre stati capaci di assumere un unico modo di fare e nessuno dei due è stato amareggiato. «Queste due
grandi anime - afferma p. G. Barlassina - si erano fuse. Era un quadro magnifico quel sincero affetto, quell’amore
fatto di rispetto, quell’ossequio reciproco, quella condivisione».
Regole non scritte. Questi sono solo pochi esempi di una vita vissuta, di una comunione profonda durata quasi
mezzo secolo. Le regole non sono scritte, ma sono ben chiare, e l’Allamano le insegnerà ai suoi figli e
figlie. Esse sono: comunione profonda con Dio per assicurarsi che si cammina nella via giusta; amare tutti e in
particolare quelli della stessa vocazione; apprezzarli, fidarsi di loro e comunicare in dialogo nella verità;
imparare a capire e perdonare, nessuna mormorazione, ma invece attivo contributo al bene della Chiesa e della missione.
L’elenco di queste
regole non scritte, ma vissute dall’Allamano e dal Camisassa e valide oggi, sarebbe infinito. La conseguenza
è che «tutti saranno una cosa sola ed un anima sola». Questo è l’ideale. Questo è
il patrimonio vitale che ci affidano i nostri due grandi uomini, l’Allamano e il Camisassa.
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Creato: Domenica, 23 Marzo 2008 23:00
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Pubblicato: Domenica, 23 Marzo 2008 23:00