Ricordi

«COME RICORDO IL FONDATORE»

SR. ZAVERIA RACCONTA L’ALLAMANO

Sr. Zaveria Pasqualini (1903 - 1989) era una Missionaria della Consolata possiamo dire ancora della prima generazione. Entrata nell’Istituto nel marzo del 1923, poté conoscere di persona il Fondatore nei suoi ultimi anni di vita. Giovanissima, già nel 1925, fu mandata in Kenya, dove realizzò la propria missione. Nel 1958, venne scelta come Vice Superiora Generale dell’Istituto, servizio che svolse, senza apparire troppo, ma con molta incidenza nella comunità, per 10 anni. Nel 1976, poté ritornare in Kenya, dove passò gli ultimi anni di missione. Data la sua maturità umana e spirituale, fu considerata una delle figure più significative dell’Istituto. Spesse volte venne richiesta di parlare del Fondatore, cosa che fece egregiamente, portando testimonianze di prima mano. Qui pubblichiamo parte di uno dei suoi ultimi interventi intitolato “Come ricordo il Fondatore”, tradotto dall’originale inglese.

Nel marzo 1923, pensando di entrare nell’Istituto, mi recai con mia madre da Genova a Torino per avere un primo incontro col Fondatore. Ci ricevette in un piccolo parlatorio; indicò una sedia a mia madre e mi fece sedere sul divano accanto a lui. La conversazione fu molto piacevole. Eravamo affascinate dalla personalità di quell’anziano sacerdote: gentile, compito, sereno. Più tardi venni a sapere che, essendo rettore della Consolata, aveva contatti con ogni categoria di persone e si trovava a suo agio con tutti, anche con i membri della famiglia reale; e con tutti era ugualmente gentile e cordiale, senza tener conto della povertà o della mancanza di istruzione di coloro che l’avvicinavano.

Al primo incontro, guardando le nuove arrivate, egli disse: «Chiunque entra in questa casa deve subito iniziare l’opera della propria santificazione, senza perdere neppure un giorno, neppure un’ora. La vostra santificazione è il mio pensiero più importante, la mia costante preoccupazione». Rimasi molto impressionata. Mi sembrava una persona forte e decisa. Evidentemente non avrebbe sopportato nessun ritardatario…! Mi dissi: o ti decidi a farti santa o avresti fatto meglio a non entrare nell’Istituto.

Santa, va bene, ma come? Presto compresi che le direttive fondamentali erano: “Il bene fatto bene”; “Piccole azioni ripetute con costanza e fedeltà, avendo di mira la perfezione”. Per esempio, lo spirito di famiglia comprendeva: essere ordinate e pulite nella persona e tenere la casa in perfetto ordine; riportare le cose al loro posto dopo averle usate; comportarsi educatamente a tavola; perfino… raccogliere da terra un pezzetto di carta. Da principio mi meravigliavo: come era possibile che una persona importante come il Fondatore cercasse di focalizzare la nostra attenzione su dettagli così insignificanti?

Ma no! L’anima di tutto doveva essere l’amore. Lo scopo: rendere la comunità, per quanto possibile, accogliente e piacevole come una famiglia in cui ogni membro fosse costantemente attento a tutti gli altri. E al culmine di tutto questo, una condivisione di gioie e dolori, lavoro e fatiche, in una gara di servizio vicendevole, fino al punto di essere disposte a dare la vita l’una per l’altra. E non era solo un modo di dire. Richiedeva anche che fossimo altrettanto premurose, rispettose e pronte ad aiutare i padri e i coadiutori dell’Isti- tuto.

E che cosa dire del suo amore per la SS. Consolata?
Devo confessarvi uno scherzo innocente che gli feci insieme ad un’altra postulante, Pina Rossi. Avevamo avuto il permesso di andare a trovare il Padre nel suo ufficio, ma quando arrivammo non c’era. Sapevamo che, se non era lì, doveva essere nel santuario, e allora salimmo quiete quiete le scale che portano ai coretti dove era solito pregare, perché da lì si può vedere l’immagine della Consolata quasi alla stessa altezza.

E infatti era proprio lì. Immobile, con gli occhi fissi all’immagine della Vergine. Lo potevamo vedere molto bene. Aspettammo in silenzio circa mezz’ora. Quale amore era scolpito sul suo volto! Nessuno avrebbe potuto dubitare che egli era in profondo intimo colloquio con Lei. Appena il Padre ci dette l’impressione di essere sul punto di alzarsi, scivolammo via silenziosamente come eravamo arrivate, e ci facemmo trovare da lui ad aspettarlo davanti alla porta del suo ufficio. Nonostante la nostra emozione, riuscimmo a non dirgli che lo avevamo osservato così a lungo…

Per strada mentre tornavamo a casa, parlammo dell’amore del nostro Fondatore per la Consolata: un amore tenero, fiducioso, profondo, che doveva avere le sue prime radici nell’amore che aveva avuto per la sua mamma. Tutte le volte che la nominava aggiungeva: «quella santa …» e tutti sapevamo che da seminarista trascorreva le vacanze ad assisterla perché, col passare degli anni, si indeboliva sempre più.

D’estate passavamo i giorni più caldi a Rivoli, nella casa di campagna. Un anno venne anche lui a trascorrere alcuni giorni con noi. La cappella era assai piccola, perciò, mentre il Padre celebrava la Messa, noi eravamo inginocchiate molto vicino all’altare. Era così assorto nel Sacrificio che stava offrendo che noi quasi trattenevamo il respiro per timore di disturbarlo. Le sue stesse parole ci facevano intuire che avrebbe passato delle ore a prepararsi e a ringraziare il Signore per la grazia di poter celebrare. «Oh, la felicità di poter dire la Messa!» esclamava. E alla fine della vita, quando era già gravemente ammalato, la sorella che lo curava ci diceva che il Padre ripeteva: «Il dottore non sa che cosa significhi per me non potere celebrare…» e nella sua voce c’era tanta pena.
Vedevamo la sua felicità quando alcuni suoi figli erano ordinati sacerdoti o quando ci raccontava dei nuovi tabernacoli che si aprivano in missione. Voleva che fossimo innamorate di Gesù nel Sacramento dell’Eucaristia, come lo era lui.

Come gli stava a cuore la gloria di Dio! […]. La gloria di Dio e la volontà di Dio: «Imitando Cristo il cui cibo era fare la volontà del Padre», come ci spiegava. Sono certa che era convinto di lasciare ai suoi figli e figlie un insegnamento molto importante – quasi un testamento – quando alla fine della vita li assicurò che egli «aveva sempre fatto la volontà di Dio». Si potrebbe riassumere la sua vita nelle parole che ripeteva spesso: «Dio solo».

Ed ora un ultimo ricordo. Otto missionari e quattro suore dovevano partire per la missione il 10 novembre 1925. La salute del Padre era già debolissima e il medico non gli permise di uscire. Allora egli ci fece andare nel suo ufficio per la cerimonia della “Consegna del Crocifisso”. Fu una cerimonia intima, molto commovente.

Ero uno dei dodici partenti. Negli ultimi giorni non ero stata bene, ma ormai ero guarita. Uscendo dalla stanza, inavvertitamente detti un colpo di tosse. Poi avendo il presentimento che quella sarebbe stata l’ultima volta che lo vedevo, mi voltai indietro per un ultimo sguardo. I miei occhi incontrarono i suoi: mi guardava con tanta preoccupazione e affetto che solo mio padre avrebbe potuto guardarmi così. Era chiaro che stava domandandosi: ce la farà? Quello sguardo mi rivelò il cuore del Padre. Sono sicura che lo stesso sguardo pieno d’amore è ora rivolto ad ogni figlio e figlia che attendono con ansia di incontrarlo di nuovo, in Paradiso.

Sr. Zaveria Pasqualini
giuseppeallamano.consolata.org